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Disabilità Intellettiva
professionisti

Gli approcci per favorire lo sviluppo della comunicazione devono essere basate su teorie o filosofie solide (PRIZANT & WETHERBY, 1989), altrimenti gli sforzi clinici saranno non sistematici, inefficaci o inefficienti e potranno essere frustranti per tutte le persone coinvolte. La filosofia dovrebbe enfatizzare e concentrarsi sulla base socio-affettiva della comunicazione non-verbale e verbale in contesti reali, non solo sulle dimensioni strutturali dell’insegnamento della parola e del linguaggio ricevuto in un’ambiente artificiale (p.e. la ripetizione di parole). Educatori e terapisti che desiderano lavorare efficacemente con persone con autismo e PDD devono capire il come ed il perché questi individui comunicano. Aumentare la comunicazione non significa solo espandere il repertorio di parole e frasi. Queste abilità sono superflue se una persona ha una limitata comprensione di come si usano in una interazione comunicativa. Questa sezione si occupa dell’importanza della comprensione dello stile di apprendimento e delle caratteristiche di persone con l’autismo e PDD nella creazione di un programma efficace per lo sviluppo della comunicazione. Altre sezioni esaminano le problematiche riguardanti le varie filosofie e approcci di intervento proposte e che verranno discusse in dettaglio nel capitolo 24 (per gli individui che non parlano) e 25 (per individui che sono a vari livelli di uso del linguaggio).
- Capire la Comunicazione nell’Autismo e PDD
Precedenti publicazioni, hanno suggerito che i concetti di intenzionalità e di convenzionalità contribuiscono in modo significativo alla comprensione del comportamento comunicativo delle persone autistiche (PRIZANT & WETHERBY, 1987; SCHULER & PRIZANT, 1985). Bates (1979) ha definito l’intento comunicativo come “un comportamento di segnalazione in cui l’emittente èconsapevole a priori dell’effetto che un segnale avrà su chi ascolta, e persiste in quel comportamento fino a quando ha ottenuto l’effetto voluto oppure il tentativo è chiaramente fallito” (p. 36). Ma non tutti i comportamenti comunicativi sono intenzionali.
Qualsiasi comportamento può avere una funzione comunicativa, indifferentemente dal fatto che l’effetto ottenuto fosse inteso (DUNST, LOWE, & BARTHOLOMEW, 1990). Alternativamente, un comportamento comunicativo può fallire allo scopo o funzione per cui era inteso originariamente. La competenza comunicativa viene determinata soprattutto dall’abilità di valutazione e monitoraggio della propria efficacia nella comunicazione e, quando necessario, nella capacità di aggiustare o “riparare” i falliti tentativi di comunicazione. Più efficace è il comunicatore, più è probabile che i comportamenti servano gli scopi per cui sono intesi. Molte persone con autismo e PDD dimostrano in modo limitato l’espressione di intezioni comunicative che coinvolgono fini sociali, come la condivisione di esperienze. Questo è particolarmente vero con i bambini piccoli e con persone autistiche che hanno gravi limitazioni nelle loro abilità comunicative. Inoltre, questi individui possono avere difficoltà a seguire ed utilizzare strategie comunemente usate per indicare (p.e. puntare il dito) per concentrare la propria attenzione e l’attenzione del partner comunicativo sugli stessi elementi.
Gli atti comunicativi, soprattutto nelle fasi iniziali della comunicazione e dello sviluppo del linguaggio, puntano molto verso l’uso di funzioni che regolano il comportamento oppure funzioni basate sui bisogni, come chiedere un’oggetto o protestare un avvenimento, e non all’ uso di funzioni di natura più sociale, come commentare, descrivere o condividere emozioni (CURCIO, 1978; MUNDY, SIGMAN & KASARI, 1990; WETHERBY & PRUTTING, 1984). Questo modello di comunicazione sembra essere collegato direttamente a differenze socio-cognitive; ciò significa che le motivazioni alla comunicazione sono concentrate su bisogni immediati e su proprietà del mondo fisico invece che su interazioni sociali e ragioni socio-emotive.
Questo elemento centrale è analogo alle asserzioni fatte da Kanner (1943) sulla dissociazione nell’autismo tra l’intelligenza che riguarda le persone e quella che riguarda gli oggetti. La convenzionalità nell’uso dei segnali comunicativi si riferisce al grado in cui il significato dei segnali è condiviso oppure capito da una comunità sociale. Al livello più basilare, il comportamento comunicativo si può concettualizzare su due dimensioni: (a) come mezzi di comunicazione, ovvero i comportamenti usati per comunicare (p.e. gesti, parole); e (b) come funzione comunicativa, ovvero gli obiettivi che vengono raggiunti usando quei mezzi (p.e. la richiesta di oggetti o azioni, dare informazioni). I bambini che dimostrano uno sviluppo tipico apprendono le intezioni comunicative sulla base di funzioni osservate – in altre parole, i bambini imparano a comunicare attraverso reazioni prevedibili degli altri, prima come risposta ai loro segnali pre-intenzionali fatti senza ragioni precise in mente, e quindi in risposta a segnali prelinguistici e linguistici intenzionali. Nelle prime fasi dello sviluppo, gli adulti danno un significato a tutti i comportamenti vocali e nonvocali, e i mezzi comunicativi usati diventano sempre più convenzionali, grazie a scambi sociali reciproci (AINSWORTH & BELL, 1974; BATES, 1979; BRUNER, 1975; MCLEAN, 1990).
L’idea che le persone con autismo e PDD apprendono comportamenti non convenzionali per esprimere intenzioni comunicative in mancanza di mezzi più convenzionali è oggi comunemente accettata (PRIZANT & WETHERBY, 1987). Persino la produzione del linguaggio (p.e. ecolalia ritardata) può essere non convenzionale sia nella forma che nella funzione (PRIZANT & RYDELL, 1993). Inoltre, i comportamenti nonverbali e paralinguistici, come i gesti, le espressioni del viso, l’intonazione della voce e l’orientamento del corpo sono tipicamente limitati nella loro funzione di aumentare l’efficacia della comunicazione (FAY & SCHULER, 1980; PRIZANT, 1988; RICKS & WING, 1975). Spesso si nota lo sviluppo di schemi di comportamento comunicativo idiosincratici, che usano mezzi di comunicazione non convenzionali e frequentemente non desiderabili. Questi schemi di comportamento probabilmente emergono da una capacità limitata di imitazione degli altri e di apprendimento sociale. Attraverso l’uso di valutazioni funzionali, si è scoperto che alcuni comportamenti, considerati inizialmente anomali e senza una funzione precisa, hanno invece vari scopi comunicativi (DONNELLAN, MIRENDA, MESAROS & FASSBENDER, 1984). L’uso di modalità di comunicazione non convenzionali e idiosincraticche aumenta il peso posto sulle spalle del partner comunicativo richiedendogli di essere più sensibile al linguaggio del corpo e ad altri segnali più impercettibili e difficili da leggere.

Tratto da Donald J. Cohen, Fred R. Volkmar “Autismo e disturbi generalizzati dello sviluppo. Vol. II – Strategie e tecniche di intervento” Vannini 2004


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